Quella sera allo Xinemá in cui si presero Brescia
Potrebbe essere andata così.
Passo a prendere Marilù. Ruote. Strada. ’Sta cassetta di Mezzanine dei Massive Attack non vuol saperne di lasciare l’autoradio. Ruote. Paglie. Strada. Da Chinaski ci sono Beppe, Piera ed Elena, cinque Pirli Campari, uno senza ghiaccio, e via che si fa un salto al Lio. Prima serata, solo gente giusta. Tavoloni, fumo a mezz’aria e i Morphine che escono eleganti dalle casse. Puffetto di birra, paglie, i Morphine che passano a Leonard Cohen che passa ai Cowboy Junkies. Arrivano il Malvagio e il Bioffa, i Malamela sono al completo, gin tonic, paglie, dai che si va. Ruote. Strada. Due curve e ci fermiamo in questo bar piccolo e spoglio, fuori c’è un murale con scritto TITANIC. Dentro Sancho, Franci Omi, Paoletta, Dade. Siamo elettrici destinazione Concesio. Allo Xinemá, il nuovo locale di Marco Obertini, questa sera suonano I Bambini Dell’Asilo. Mandatory.
La Triumplina scorre lenta e Beppe infila nell’autoradio ’sta cosa newyorkese blues ma anche electro, punk ma anche funk, Blues Explosion dice, roba da Get Up And Get Down ma passata attraverso gli Atari Teenage Riot. Ci grattugiamo le orecchie fino a destinazione. Parcheggio imballato, hype altissimo. Non male per tre ragazzi di Vestone. Non so neanche dove sia Vestone. Beppe li ha pusherati a noi cuccioli affamati di novità un paio di anni fa. Minimali, grezzi, degli outsider totali con una scrittura perfetta che ti incolla al cervello piccole gemme a forma di canzone. Hanno fuori un demo registrato da Carlo Dall’Asta e Dade Mahony che non so voi, ma per me sono due nomi, due marchi di garanzia della musica che conta. Dade me l’ha fatto conoscere un’amica, la prima volta che l’ho visto sul palco ho capito che dio c’è, ha una giacca di pelle tre quarti, è mancino e suona una Stratocaster per destri. E Carlo? Cosa vuoi dire di Carlo? Carlo è dietro il mixer di ogni luogo in cui mi capita di ascoltare musica, ha un ciuffo di capelli assurdo che sfida la forza di gravità, come se fosse spettinato dalla stessa musica che contribuisce ad amplificare. Il passaparola sbilenco che come una radio pirata alimenta il chiacchiericcio dell’underground dice che presto qui arriverà un contratto serio, dice il nome di Gianni Maroccolo, dice Consorzio Produttori Indipendenti. ’Sti tre ragazzi spaccano, mi piacerebbe la mia band spaccasse allo stesso modo, ma dai, siamo onesti, questi tre sono di un altro pianeta e il loro demo è incredibile. Peccato solo non contenga il mio pezzo preferito, si chiama Il Congegno. Spero la facciano stasera.
Dentro Xinemá è un delirio totale, ci sono tutti, Gigi e Paolo degli Istinto, Alessandro e Alessandro dei Lumière Electrique, Marco e Manu. I Fiori Di Marte hanno iniziato il loro set di apertura, vedo Roger, Giana, Raffaele degli Empty Frames e Stefano dei Paint Box, è gente che ama quello che amo, una famiglia disfunzionale e colorata di simili che si incontrano il weekend senza darsi appuntamento. Nel buio del palco i led degli amplificatori diventano deboli punti luce, si intravedono movimenti, il vociare diventa un applauso e tempo zero Pablo parte con due accordi ruvidi e nervosi. Mi basta una frazione di quei quattro giri vuoti di intro solo chitarra per capire che è lei, è Il Congegno, afferro il braccio di Marilù e ci trasciniamo nella bolgia con l’urgenza di quelli che hanno capito che sta avvenendo proprio ora, sta esplodendo un momento che ci rimarrà addosso a lungo, sono tre passi e arriviamo lì nel centro di qualcosa giusto in tempo per prenderci in faccia la botta di Billi ed Ernesto che entrano sulla battuta nel punto esatto in cui le luci danno fuoco al palco, e voliamo e poghiamo e urliamo e cantiamo ed è già tutto oltre. La magìa di una band. Il talento di Pablo, fragile ma concreto come la spessa montatura degli occhiali che danno un tono chic al suo viso. Il contrasto con le braccia che percuotono le corde della Epiphone in un’orgia distorta al massimo. Billi, il suo viso affilato, il suo basso gigante che tiene su la baracca appoggiandosi a Ernesto, a quei riccioli che già sputano sudore ad ogni colpo di rullante. Quelle sezioni ritmiche che ci puoi suonare a occhi chiusi, che sono come grossi tronchi di quercia, se li tagli puoi vedere i cerchi concentrici delle ore passate in una sala prove buia a respirare muffa e forgiare un’alchimia che è unica.
Passano solo tre minuti, mi giro verso Marilù e grido: «Hanno vinto, hanno già vinto. Credimi, lo so già, ci ricorderemo stasera come il giorno in cui I Bambini Dell’Asilo si sono presi me, te, tutti. Marilù, proprio ora I Bambini Dell’Asilo si sono presi Brescia». Per sempre.
Paolo «Blodio» Fappani, 01 febbraio 2025 | Bresciaoggi

